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Sopra: interno dell’ex carcere di massima sicurezza di Fornelli. Questa struttura nasce da una modifica di un preesistente complesso carcerario realizzato alla fine dell’ottocento.
Sotto: luogo di sosta e picnic a Elighe Mannu. Nel 1970 si ha notizia di un incendio di vaste proporzioni che distrugge buona parte del soprassuolo boschivo, o di quello che ne rimane. La direzione carceraria, in considerazione dell'esiguità di uomini e mezzi, dispose un cordone di agenti e detenuti a difesa dell’unico lembo di lecceta ancora integro. A tutt'oggi è ancora possibile visitare questa reliquia di lecci secolari così come risulta dall’immagine che ho scattato nel maggio del 2004.
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La natura e uno dei suoi inquilini

Bisogna realizzare un "contratto naturale" che riguarda il binomio uomo-natura, entrambi soggetti di diritti. L'uomo deve essere consapevole che egli è ospite, coinquilino, insieme agli altri esseri viventi di una grande casa che prende il nome di Natura.
La storia che segue è autentica ed è stata riportata in un testo di Folco Quilici.
...«Ne furono protagonisti un mulo dell’Asinara e un uomo che nell’isola scontava un suo debito con la giustizia. Entrambi erano incaricati della quotidiana fatica di salire le pendici dei monti e dei boschi dell’Asinara, per caricare legna da riportare alla cucina della Colonia dove l’uomo era “ospite”. Doveva lì scontare una condanna a vent’anni, per assassinio, e poiché s’era dimostrato volenteroso e forte gli era stato affidato l’incarico di raccogliere o tagliare legna per il bisogno quotidiano delle cucine. Giorno dopo giorno, fatica dopo fatica, lui e il mulo avevano lavorato insieme per diciotto anni. In silenzio, solitari. Al compiersi del diciottesimo anno di prigionia, all’uomo, venne trasmessa la notizia che gli ultimi due anni di Colonia Penale gli venivano condonati per buona condotta. Poteva considerarsi libero, lasciare l’isola. Chiese invece di restarvi e continuare il suo lavoro. Ma non fu possibile, al condono come alla condanna non ci si può sottrarre. Chiese allora di acquistare il mulo, avrebbe continuato a lavorare con lui da qualche parte, sulle montagne di Sardegna. Offrì in pagamento tutto quanto aveva guadagnato e mai speso durante la prigionia (i detenuti ricevono un compenso per le mansioni svolte). Anche questo non fu possibile. L’amministrazione della Colonia Penale, come tutti gli Enti Pubblici, non poteva vendere quel mulo. Si trattava di “inalienabile bene dello Stato”. Insistette, pianse, ma tutto fu inutile. La burocrazia fu come sempre inflessibile e invincibile. L’uomo lasciò l’isola da solo. Nello stesso giorno, non vedendo apparire il suo padrone e compagno, il mulo rifiutò il cibo. E continuò a rifiutarlo nei giorni successivi. Nessuno riuscì a costringerlo. Dopo una settimana morì. A quanto si seppe, anche l’uomo, a pochi mesi dalla liberazione morì, in carcere non si era mai ammalato, ma evidentemente quando si trovò libero ma solo, il suo cuore cedette»...

 

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